Finisce in primo grado il processo sull’operazione Febbre dell’Oro Nero che aveva portato al rinvio a giudizio di 54 persone per un giro di illeciti guadagni nel Vallo di Diano ruotante attorno agli idrocarburi con il coinvolgimento di camorra e mafia tarantina. 34 sono state le condanne e una ventina le assoluzione mentre è caduta l’ipotesi di reato principale quella di associazione mafiosa . La pena maggiore è stata inflitta al soggetto centrale della vicenda l’imprenditore di Polla Massimo Petrullo, titolare della società Carburanti di San Rufo, a cui sono stati comminati dieci anni. Petrullo, secondo le accuse, aveva stretto un accordo con Raffaele e Giuseppe Diana, padre e figlio, vicini ai Casalesi, e successivamente con Michele Cicala, della mafia tarantina per fare reinvestire i loro soldi sporchi, guadagnati illecitamente con spaccio ed estorsione , ottenendo in cambio un importante incremento del fatturato. I clan vendevano ingenti quantità di carburante per uso agricolo, soggetto ad agevolazioni, a soggetti che poi lo immettevano nel normale mercato per autotrazione attraverso le pompe bianche, evadendo Iva e accise e frodando lo Stato. Per i Diana è arrivata la condanna a 9 anni, per Cicala a 3 anni. Condannato anche a 6 anni di reclusione il carabiniere infedele, Giacinto Costantino, che avvisava di eventuali indagini in corso in cambio di svariate taniche di gasolio poi vendute a terzi. Condannato a 7 anni il familiare dell’imprenditore Antonio Petrullo mentre alcuni suoi dipendenti hanno avuto comminate pene di 4 anni. E’ stata disposta anche la confisca di 14 milioni di euro. Tra i venti assolti per lo più le persone coinvolte in quanto avevano utilizzato gli idrocarburi non in regola. L’operazione coordinata dalla Dda di Potenza e messa in campo da Carabinieri e Guardia di Finanza ebbe una vasta eco nel Vallo di Diano dove emersero intrecci malati tra imprenditoria e criminalità.
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