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'NDRANGHETA, OPERAZIONE IN TOSCANA. NEI GUAI ANCHE DUE IMPRENDITORI DI CASALETTO SPARTANO.

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Ci sono concerie di Fucecchio e di Santa Croce al centro dell'operazione anti 'ndrangheta chiamata "Vello d'Oro" condotta dalla Dda e dai comandi provinciali dei carabinieri e della Finanza di Firenze. Operazione che ha portato all'arresto di 14 persone tra la Toscana e la Calabria, svelato meccanismi di riciclaggio di capitali sporchi di cosche della 'ndrangheta della provincia di Reggio Calabria con imprese del distretto del cuoio. Tra gli arrestati ci sono anche Giovanni e Lina Filomena Lovisi, padre e figlia rispettivamente di 64 e 33 anni. Lui è amministratore delegato della Sottovuoto Lovisi di Santa Croce mentre lei è amministratore unico della Vam Entrambe le aziende lavorano per le concerie toscane finite sotto inchiesta. Secondo le indagini si tratta di società conciarie sane i cui imprenditori avrebbero preso accordi con esponenti in Toscana della 'ndrangheta per rafforzare la liquidità e per ottenere vantaggi sull'Iva tramite il pagamento di false fatture per operazioni commerciali inesistenti. Il denaro ottenuto dagli esponenti della 'ndrangheta in Toscana sarebbe provento di illecito e veniva rimborsato a un tasso usurario medio del 9,5%.

 

 Ecco un video oggetto delle indagini diffuso dalla Guardia di Finanza di Firenze.

FUTANI, MORI' DI PARTO. CONDANNATI I DUE GINECOLOGI DEL RUGGI CHE FECERO IL CESAREO A STEFANINA RUOCCO.

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Dopo sette anni si è concluso il processo di primo grado sulla morte di Stefania Ruocco, la mamma di 35 anni di Futani morta dopo aver partorito la sua terzogenita. I giudici del Tribunale di Salerno hanno condannato ad un anno ciascuno pena sospesa i due ginecologi che la ebbero in cura , il Primario del reparto di Ostetricia del Ruggi, Gennaro Luongo e il collega Carmine Pagano. Assolti invece gli altri due camici bianchi incriminati che parteciparono all’intervento di isterectomia, il chirurgo Francesco Marino e l’anestesista Vito Antonio Miele. La vicenda risale al 4 maggio 2011 quando la donna arrivò all’ospedale di Vallo per l’imminente parto. Fu lei stessa a firmare l’uscita per recarsi al Ruggi di Salerno dove operava il medico che l’aveva seguita in gravidanza. Lì partorì la sua piccola, Maria Pia, con taglio cesareo, poi per lei iniziò il calvario. I familiari che attendevano la sua uscita, subito dopo quella della bambina, nata sana, dopo alcune ore si videro comunicare che era stata sottoposta all’asportazione dell’utero a causa di una grave emorragia determinata dalla placenta accreta. Un’emorragia che i medici non erano riusciti ad arginare neppure con l’operazione, di qui le condizioni disperate della donna, finita nei giorni successivi per essere nuovamente sotto i ferri. Poi il coma , dopo alcuni arresti cardiaci e la morte l’11 maggio, sette giorni dopo il parto. Il marito, costituitosi nel processo parte civile, ha chiesto sin da subito di vederci chiaro sulla tempestività degli interventi e sulla validità delle azioni messe in campo. Ora è arrivata la sentenza che ha riconosciuto colpevoli del decesso due ginecologi. Stefanina, come la chiamavano a Futani, oltre alla piccola Maria Pia, lasciò altre due figlie, all’epoca dei fatti di 13 e 8 anni.

Daria Scarpitta

Il servizio dopo quello sulla morte sospetta all'Ospedale di Vallo:

PROCESSO CHERNOBYL. IL PM CHIEDE L'ASSOLUZIONE PER IL DISASTRO AMBIENTALE. PRESCRITTI GLI ALTRI REATI.

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Le premesse c’erano già tutte nell’udienza di qualche settimana fa , come denunciato dal responsabile del Codacons del Vallo di Diano, Roberto De Luca. Il processo Chernobyl, sullo smaltimento illegale dei rifiuti che ha coinvolto anche terreni del Vallo di Diano, si avvia inesorabile verso un nulla di fatto. Nella giornata di mercoledì si è svolta una nuova udienza presso il Tribunale di Salerno. Il Pm, nelle battute finali di questa vicenda trascinatasi per circa 12 anni, ha pronunciato la sua requisitoria chiedendo per tutti e 38 gli imputati l’assoluzione, perché il fatto non sussite, per il reato di disastro ambientale, l’unico realmente rimasto in piedi, e la prescrizione su tutti gli altri capi di imputazione. Sulla richiesta deciderà ora il Tribunale salernitano il prossimo 7 marzo quando pronuncerà la sentenza sulla questione. Lo slittamento della data finale del processo a marzo si è reso necessario per consentire l’acquisizione del certificato di morte di uno degli imputati, ovviamente sciolto da ogni accusa per il decesso intervenuto a vicenda giudiziaria in corso. A condizionare quest’andamento del processo, partito da un’inchiesta avviata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere nel 2006, sono stati i numerosi rinvii per difetti di notifica e altri cavilli che hanno portato progressivamente alla cancellazione dei reati per avvenuta prescrizione. A tutto ciò si aggiunge il colpo di grazia dato all’unico reato rimasto in piedi dalla testimonianza resa del Maresciallo del NOE di Caserta che prese parte alle indagini nel corso della precedente udienza. Il militare in quella sede avrebbe parlato di rifiuti speciali non pericolosi, sollevando le perplessità del Codacons costituitosi parte civile , in quanto proprio nelle carte iniziali della Procura si era parlato di fanghi tossici. Le sue affermazioni, però, hanno riaperto la questione, facendo cadere il reato di disastro ambientale, trattandosi di rifiuti non pericolosi e quindi non in grado di causare un così grave danno per l’ambiente. Alla base di tutta l’operazione Chernobyl che portò ad indagare imprenditori, gestori di impianti di smaltimento, autotrasportatori e proprietari di terreni, la scoperta di un traffico e un conseguente smaltimento illecito di rifiuti che furono gettati, anche in alcuni fondi agricoli nelle province di Salerno, Benevento e Avellino. Tra i terreni interessati, alcuni ubicati nel Vallo di Diano, su cui, nonostante i solleciti, non ci sono mai stati interventi diretti di controllo e bonifica da parte delle amministrazioni locali.

Daria Scarpitta

 

MOBBING ALLA GELBISON-CERVATI. LA CORTE D'APPELLO CHIEDE LA PERIZIA SUL CASO DI ROSETTA FIERRO. APPRODO' A LE IENE UN ANNO FA.

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Una consulenza medico-legale per venire a capo di quanto denunciato dalla dipendente della Comunità Montana Gelbison-Cervati, Rosetta Fierro, e approdato anche in un chiacchieratissimo servizio de Le Iene, esattamente un anno fa. La Corte d’Appello di Salerno, dove si è aperto il caso nei giorni scorsi, ha deciso di dare mandato ad un perito per cercare di chiarire se effettivamente la donna abbia subito danni psicologici a seguito di questa vicenda, come ha più volte asserito scoppiando anche in lacrime di fronte alle telecamere nazionali. La Fierro raccontò di essere stata demansionata e costretta per 13 anni a non fare nulla, ad andare a lavoro in un’ambiente ostile, in una stanza isolata, senza alcun compito. E questo per un’osservazione fatta su un pagamento destinato al direttore generale dell’ente che non le quadrava. La vicenda aveva condotto già ad una pronuncia del Giudice del Lavoro, che aveva escluso le accuse di mobbing pronunciandosi a favore dell’ente montano. Subito dopo il servizio de Le Iene si era parlato di un possibile nuovo collocamento della Fierro, in base a quanto promesso davanti alle telecamere di Italia Uno proprio dal direttore generale Rizzo, ma al momento le parti sono ferme ciascuna sulla propria posizione e attendono al conclusione dell’Appello, subordinata ai risultati della nuova perizia commissionata dalla Corte. Una perizia su cui si concentrano le speranze della dipendente alla ricerca di una giustizia riconosciuta dal Tribunale e non solo dal mezzo televisivo.

 

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